Giugno 2005

Sfumature

28 Giugno 2005 28 Giugno 2005
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Stamattina ore 5:30.
Sto bevendo una birra con i miei amici di casa. Non c’è esperienza più bella da giovane che abitare in una casa con altri ragazzi. Il sano cazzeggio, il torneo di scala quaranta, le discussioni assurde (ieri siamo stati 2 ore a parlare dei vecchi gelati: ve lo ricordate il ciokò? il bikini? La pantera rosa? Il pinocchio? Quello con la faccia di topolino?) queste cose sono la bella quotidianità spensierata di una viat studentesca. La cosa più bella della gioventù è l’assoluta mancanza di razionalità, o forse il totale disprezzo per tutte quelle consuetudini della società. A vent’anni non tutto è possibile (forse lo era 40 anni fa, ma certo non più ora), ma tutto è normale.

Ore 5:31.
Da casa ci avviamo (rigorosamente in ciabatte e pigiama) verso un bar del centro per fare la colazione prima di andare a dormire (questa è il concetto di normalità di cui parlavo prima, chissà se quando avrò 40 anni mi sembrerà strano uscire di casa in pigiama alle 5:30 per fare colazione prima di andre a letto).
Abbuffata di brioche, cornetti, ciambelle & Co. La giornata comincia bene. E’ tempo di discussioni un pochino più serie (ma senza esagerare) e soppratutto di contemplazione. Erano anni che non vedevo la mattina, oggi ho notato che ci sono migliaia di uccelli nel cielo, sembra veramente un’altra città. Di mattina la città appartiene agli esseri del cielo, mentre gli uomini dormono e non immaginano quanta vita scorre sopra le loro case, le strade sono ancora deserte.

Ore 6.
Si torna a casa, piano piano (le ciabatte non sono il top della comodità, sopratutto nelle strade con le dalle). Mentre prima il sole sbirciava appena sulla campagna per vedere se poteva finalmente presentarsi, ora è lì, che ostenta la sua luce. Stamattina ho scoperto che la luce di mattina è proprio diversa. La campagna toscana sembra un quadro, sembra che non ci sia più prospettiva, le case sono attaccate allo sfondo di cipressi, vitigni e ulivi, e non si distingue più confini, tutto è sfumato. Sembra che Dio abbia passato su questa tela il suo dito come i pittori fanno per mischiare i colori e rendere il quadro più unito.
Mi prometto di vedere più spesso la mattina.

Bi-polar

23 Giugno 2005 23 Giugno 2005
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Se consideriamo il periodo 1950-2000, l’Italia è in assoluto uno dei paesi al mondo con la più alta instabilità governativa. In media un governo italiano dura 1 anno e un paio di mesi. Bisogna specificare tuttavia che nel caso italiano, instabilità dei governi non significa per forza instabilità governativa. Infatti durante i decenni di governo della democrazia cristiana, malgrado la successione rapida dei governi, la classe dirigente era sempre la stessa, e non c’è stata una reale alternanza di governo. Sostanzialmente gli anni della DC sono stati anni di un unico governo, caratterrizzato nelle sue diversità dalle diverse tendenze e dai conflitti interni alla stessa democrazia cristiana.
Oggi tuttavia il panorama politico è cambiato. Il vero effetto di Tangentopoli è stato di distruggere il sistema partitico allora vigente (non so ancora se è un male o un bene), per quanto riguarda la corruzione, dopo il passaggio dello tangento-tsunami (più mediatico che reale) i politici italiani hanno ricominciato immediatamente ha ricostruire la loro logica politica sulle stessa fondamenta di prima. Ci troviamo quindi oggi con un pluripartitismo in un sistema fortemente proporzionale. Le coalizione sono quindi fondamentali per racimolare una maggioranza e quindi formare un governo. Personalmente non ho niente contro i governi di coalizione, ma il problema è quando in Italia abbiamo certi personaggi come Bertinotti e Bossi, che con i loro riscatti paralizzano i loro riscatti. Il politico italiano si sa è debole e poco coraggioso. In una situazione di crisi perenne, il fine ultimo dell’uomo politico diventa (giustamente) quello di rimanere al governo, di salvare la poltrona. Quando uno sa che entro l’anno passerà probabilmente all’opposizione, non butta tutte le sue forze nel cercare di costruire politiche a lungo termine, l’emergenza richiede di puntare su un governo che dura.
Ora da qualche mese si comincia a percepire una volontà di formare due partiti unici. Uno di destra (o centro destra), e uno di sinitra (o centro sinistra), sull’esempio del modello partitico inglese. Se fosse fatta bene, questa sarebbe sicuramente la migliore evoluzione politica italiana degli ultimi 50 anni. In un sistema con due principali partiti, neanche il sistema proporzionale più spinto potrebbe provocare instabilità. Se veramente avremmo la formazione di due poli uniti (tuttavia rimango molto scettico), bisognerà vedere se i singoli attori accetteranno di rinunciare al peso che avevano con il loro partito per unirsi sotto un’unica bandiera.
Secondo me è tuttavia difficile che il panorama politico italiano cosi variegato e “capriccioso” riesca a mettersi d’accordo. In questo caso rimane la soluzione del sistema maggioritario, ma in Italia esiste una terribile avversione per quel tipo di sistema che prevede che chi ottiene la maggioranza relativa dei voti ( per esempio un 30% dei voti) ottenga una quantità largamente superiore di seggi in parlamento (per esempio il 55%). Questo sistema facilita enormemente la stabilità governativa, ma forse in italia ricorda troppo la legge Acerbo del 1923, e l’avvento del fascismo.

Per pensare a politiche razionali di lungo termine,
per diminuire l’importanza del populismo politico,
per fare le riforme (magari impopolari) che si devono fare,
per tutto questo ci vuole stabilità governativa. Un governo stabile mediocre è di gran lunga molto più propositivo e positivo di un governo buono di 6 mesi.

Un gelato al limon…

20 Giugno 2005 20 Giugno 2005
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E’ estate. Ci sono 40° all’ombra, la scuola è finita da diverse settimane e me ne sto a casa, con le persiane chiuse per non fare entrare il caldo. I rumori della città fuori sono amplificati dall’affa che allo stesso tempo li ammorbidisce. Ogni tanto c’è chi annaffia davanti al portone di casa per un illusione temporanea di freschezza. La città è deserta, la maggior parte della gente è andata in vacanza, e passeggiando per il centro si vedono solo i francesi di “seconda mano”, Algerini, Marocchini, Polacchi, Italiani ecc. sembra un’altra città. Non è stato ancora inventata il climatizzatore, e ogni gesto è fatto con parsimonia di energia, per evitare la tragica sudata e l’ennesima doccia quotidiana. Le mie estate Lionesi sono sempre state lunghe, lunghissime. E’ quasi come un anno intero che si nasconde dentro l’anno scolastico. Certo non mi lamento, nei due mesi di vacanza mi scappava sempre la visitina alla famiglia in Italia, e anche un pò di mare. Ma quelle settimane a casa erano particolari. Troppo caldo per uscire a giocare a calcio di giorno, e troppa violenza per uscire di sera da solo. Noia? Certo, ma crescendo si capisce che la noia non è assolutamente negativa per i ragazzi, anzi, ti fanno vivere le cose con più attenzione, con più passione, ed è così che anche una cosa insignificante diventa particolare.
Il gelato d’estate diventa magia, libido, una cascata di sapori e di freschezza, un’oasi di benessere nella noia quotidiana. Mentre d’inverno è quasi fastidioso (non riesco a capire i turisti che vengono in italia a dicembre e devono mangiare il gelato per forza per il solo fatto di essere in Italia), il gelato d’estate scopre tutti i suoi sapori, si svela come una donna, risalta per contrasto con l’ambiente affoso e ostile che lo circonda. Quando cominci, di solito davanti alla televisione (cosa fanno i bambini d’estate a casa se non guardare per ore ed ore la televisione….) pensi sempre di lasciarne per dopo, e invece non c’è verso, arrivi sempre alla fine del barattolo senza accorgertene. Parti sempre con il presupposto di guardare la televisione mangiando il gelato, e poi va sempre a finire che mangi il gelato guardando la televisione.
Il barattolo del gelato si consuma molto più velocemente delle calde e affose giornate estive.

Beneficienza non benefica

17 Giugno 2005 17 Giugno 2005
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Dopo decenni di aiuti economici e 400 miliardi di sostegno da parte dell’occidente, una grande parte dell’Africa rimane in condizioni economiche e sociali pessime, anche se a questo proposito vanno rilevate alcune importanti eccezioni (la Namibia, il Botswana, Etiopia, Eritrea e il Mozambico hanno una crescita del PIL superiore al 2% annuo).
A questo punto è legittimo chiedersi se gli aiuti economici hanno avuto effetti positivi sulla crescita di questi paesi.
Secondo me gli aiuti economici sono un’arma a doppio taglio. Nella maggior parte dei casi africani, questi aiuti sono stati elargiti irresponsabilmente, e sono stati impiegati in modi altrattanto discutibili. Tutti ricordano la vicenda del latte “in polvere”: dopo una surproduzione nei paesi occidentali di latte, si è deciso di trasformarlo in latte in polvere per darlo ai paesi africani (ora esattamente non mi ricordo quali). Risultato? Parecchi bambini hanno contratto malattie dovute all’uso di acqua infettata (acqua necessaria per la miscella del latte), e la debole economia locale basata sulla vendita di laticini è stata letteralmente distrutta. Volendo far bene si fa spesso male. Il problema degli aiuti in generale è che non sono inquadrati seriamente, e non fanno parte di un progetto globale per lo sviluppo dei paesi del terzo mondo. Gli aiuti servono “solo” ad evitare che la gente muori di fame, e sono elargiti con un tale disinteresse dei sistemi economici locali che specie distruggono il sistema economico portando il paese in una condizione di totale dipendenza da questi aiuti. Nei peggiori casi, gli aiuti economici servono a rafforzare i regimi politici locali (che per lo più dispongono di una leggittimità discutibile) che altrimenti sarebbero caduti.
Secondo alcuni dati, esiste addirittura una tendenza inversa tra quantità di aiuti e sviluppo economico. questi dati sarebbero confermati dal fatto che il Botswana ha avuto negli ultimi 30 anni uno dei tassi di crescita più alti del mondo, beneficiando di una bassa interferenza di aiuti economici.
Sono convinto che sarebbero sufficienti la metà dei soldi spesi per risollevare un intero continente come l’Africa, ma cis arebbe bisogno di più razionalità, meno buonismo e meno populismo: gli aiuti economici devono fare seguito a dei progetti per lo sviluppo che corrispondano alle caratteristiche di ogni paese/regione. L’utilizzo di questo denaro deve essere oggetto di rigoroso controllo, soppratutto nei paesi “a rischio” soggetti alla guerra civile e alla corruzione dei governanti.
Fino ad oggi sembra che i paesi occidentali si accontentino di buttare i soldi dalla finestra irresponsabilmente senza preoccuparsi di chi se li prenderà, e per fare cosa.
Riferimenti: Corriere della sera

Canzoni a manovella

11 Giugno 2005 11 Giugno 2005
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Vinicio Capossela – canzoni a manovella.
Sono ormai cinque anni che vivo in Italia, e questo è l’album più originale che abbia mai sentito. E’ un’opera completamente estraniata dal concetto di musica, ricorda moltissimo il teatro per certi versi. Una musica molto visiva. Il punto forte di questo album è l’atmosfera che crea. Personalmente, l’ho subito trovato molto inquietante, sembra di essere immersi in un mondo immaginario, un incrocio tra l’Italia degli anni ’50, un saloon con pianoforte di un Far West italiano, e il paese dei balocchi di Pinocchio, un mondo dove l’immaginazione non ha limiti, dove il bene e il male sono relativi ad un’altra dimensione e dove l’uomo si sente di nuovo un bambino che scopre con stupore il suo nuovo ambiente.
Canzoni a manovella non sarà il mio album preferito, ma è uno di quelli che mi ha scosso di più, così diverso da tutti quelli che ho sentito prima da scombussolarmi e suscitare diffidenza: in un primo tempo non sapevo se applaudire o detestare. E’ quello che è incredibile, tramite questo disco ho scoperto un altro mondo completamente diverso, decadente, del quale non immaginavo l’esistenza nell’Italia del 2005, è quello che suscita paura e emozione, l’esistenza di un’altra forma di vita, di un altro modo di pensare, di un altro modo di vedere le cose. A prima vista può sembrare anacronismo, e invece è un decadentismo inserito a meraviglia nella nostra cultura. Una musica veramente originale: sia per gli strumenti utilizzati che ricordano le feste contadine e le bande musicali del paese degli anni ’50 (fisarmonica, “macchine a musica”ecc…), che per i testi scritti con uno stile spudoratamente decadente ma con una certa contemporaneità. La voce di Vinicio e la figura “stramba” del personaggio combaccia a meraviglia con la sua musica. Sono un tutt’uno. Questo album non piacerà sicuramente alle persone che non vogliono essere scosse e disturbate nelle loro certezze, invece farà impazzire tutti gli altri.

Artista: Vinicio Capossela
Album: Canzoni a manovella
Anno: 2001
Voto: ****+

1. Bardamù
2. Polka Di Warsava
3. Decervellamento
4. Marajà
5. Canzone a Manovella
6. I Pagliacci
7. Marcia del Camposanto
8. I Pianoforti Di Lubecca
9. Suona Rosamunda
10. Intermezzo
11. Contratto Per Karelias
12. Solo Mia
13. Corre il Soldato
14. Signora Luna
15. Con Una Rosa
16. Nella Pioggia
17. Resto Qua

Gli amici degli amici

7 Giugno 2005 7 Giugno 2005
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Oggi vorrei parlare di un argomento un pò delicato. Quelli che ne parlano di più ne parlano male e con luoghi comuni e stereotipi che dimostrano tutta la loro ignoranza, e gli altri non ne parlano affatto, come fosse un tabù. Sto parlando della mafia (in senso generale). Io faccio parte sicuramente della prima categoria di persone ignorante, essendo nato in Francia fuori dalla mentalità tipica di alcune zone del sud Italia.
La prima volta che ho sentito parlare di mafia è stato all’occasione di un servizio sulla televisione francese a proposito dell’attentato a Falcone e Borsellino. Servizio carico di emozioni, in quel periodo volevo fare il giudice anti mafia…
Ma è possibile che l’Italia (che ricordo è uno dei paesi più ricchi del mondo, democratico e evoluto socialmente) non trovi il modo per lottare contro una organizzazione criminale che danneggia in proporzioni enormi l’economia nazionale e particolarmente lo sviluppo del sud? E’ possibile che lo Stato non combatti un’organizzazione che ne mina le fondamenta, la sovranità, stabilendo delle leggi e un sistema di prelievo fiscale (il pizzo) parallelo? E’ possibile che la popolazione vittima non si sollevi contro gli oppressori? Come mai dopo duecento anni, niente è cambiato. Quale è la ragione del laissez faire della classe dirigente? Un tempo, quando la cultura del bene dello stato non era diffusa e si privileggiavano gli interessi particolari, la ragione era lo scambio di voti. Ma oggi? E’ possibile che la mentalità della nostra classe politica non si sia evoluta in due secoli?
Il problema deriva sicuramente dalla congiunzione di due punti deboli. Il primo viene dall’alto, il particolarismo della classe dirigente italiana, e l’altro viene dal basso, la mentalità della popolazione di alcune zone del sud.
Questo è il problema dell’Italia. E’ un problema sia del nord, sia del sud, perchè fino a prova contraria abbiamo la stessa classe dirigente, ed è questo il particolarismo di questa classe dirigente che lo Stato deve combattere. Non serve risvegliarsi ogni 4 anni quando ci sono 200 omicidi in un anno in una città, non serve far arrestare un Boss dopo anni di indagini (morto un Papa, se ne fa un altro…). I problemi vanno affrontati alla base.