Bisogna avere paura della Cina? 我們有對中國的恐懼


Qualche settimana fa, guardavo la trasmissione “L’infedele” su La7 che peraltro consiglio a tutti. L’argomento nello specifico era la leva delle barriere protezionistiche ai prodotti tessili cinesi in europa. L’argomento nel suo complesso: bisogna aver paura della Cina?
Nell’insieme, la platea sembrava spaventata all’idea di affrontare l’economia cinese secondo i criteri della “concorrenza perfetta” (formalmente perfetta, ovviamente la concorrenza non è mai perfetta). Quando poi hanno intervistato l’ambasciatore Cinese in italia (di cui non mi sento capace di citare il nome), sembrava di tornare 50 anni indietro: un discorso d’altri tempi, forte, pesante con le parole, sicuro, al limite dell’arroganza. Un discorso da potente. Così l’ambasciatore (citando Giulio Cesare in latino) spiega come sia inutile il protezionismo contro la cina, e quanto sia invece benefico per l’italia delocalizzare in Cina. L’Ambasciatore si chiede come mai dopo aver promosso per anni e anni il capitalismo liberale contro il comunismo, ora l’occidente sembra fare un passo indietro ipotizzando l’uso del protezionismo.
Ma non erano loro i comunisti? E noi i capitalisti che credevano nelle leggi del mercato (anche se sotto sotto qualche politica Keynesiana l’abbiamo sempre adottata)? Non possiamo esportare con la forza il capitalismo (alla fine l’esportazione della democrazia non è altro che l’esportazione di germe di liberismo che deve crescere) per poi lamentarci quando i nostri “allievi” diventano più forti del maestro! Se vogliamo essere coerenti, dobbiamo accettare il fatto che la Cina sarà la prossima superpotenza. Contando su un sesto della popolazione mondiale, e con un PIL che tra poco raggiungerà quello della Germania, con in più una crescita vicina al 10% annuo.
E l’Italia in tutto questo? Che deve fare? Intanto le istituzioni internazionali devono adoperarsi per trasformare la concorrenza cinese in una concorrenza più leale possibile, cioè consiste nello sradicare il lavoro minorile, lo sfruttamento, la contrafazione ecc. (senza però toccare i salari che sono regolati dal mercato, questo se vogliamo essere coerenti). Una volta fatto questo, all’Italia conviene cercare di creare il maggior numero di legami, e, come diceva l’Ambasciatore, impiantarsi nel mercato cinese. Così magari, le importazioni dalla Cina, saranno sfruttate dalle imprese italiane in Cina. Solo il lavoro delocalizzato, e i profitti che tornano a casa (almeno in parte).
Bisogna anche specificare che il tipo di produzione cinese è molto diverso da quello italiano: L’Italia si sa è specializzata nei beni tradizionali, ovvero per la persona e per la casa, e anche nei mnacchinari industriali. Quello che caratterizza la produzione italiana è la qualità (più o meno giustificata peraltro), i vantaggi che ha l’economia italiana dipendono da un fattore che la Cina non potrà mai avere: l’immagine del Made in Italy, prodotti competitivi nel mondo per il solo fatto di essere prodotti in Italia, simbolo di qualità (anche se ripeto, a volte non giustificata). Certamente il PIL dell’Italia non è fatto esclusivamente di produzione di lusso, e con l’invasione cinese alcune imprese soffriranno, ma in un sistema economico è normale che ci siano cambiamenti, imprese che nascono e imprese che muoiono. A questo punto non bisogna aver paura della Cina, siamo noi che dobbiamo andare lì a conquistare il loro mercato!



15 Commenti to “Bisogna avere paura della Cina? 我們有對中國的恐懼”

  1.   Andrzej Wilk Says:

    Non capisco molto di politica economica. Credo che qualcosa vada fatto, ma senza un ridicolo protezionismo che, temo, non avrebbe alcun effetto positivo.
    Un po? spaventa il fatto che la crescita economica della Cina abbia ripercussioni sulla nostra economia (si pensi all?aumento del prezzo del petrolio o dell?acciaio da costruzione), proprio in un momento in cui la nostra economia non è così florida. Però credo che la crescita prima o poi vedrà un rallentamento (esattamente come è avvenuto in Europa dalla guerra ad oggi), e ad un certo punto si creerà un certo equilibrio.
    Sì, è ridicolo lamentarsi se l?allievo supera il maestro, ed è ridicolo fingere di volere una crescita dei paesi in via di sviluppo per poi avere paura di loro non appena si dimostrano economicamente validi (è vero, la Cina con il suo miliardo molto abbondante di abitanti è un caso del tutto particolare).
    Staremo a vedere. Con fiducia, ma non troppo.

    p.s. grazie per le tue citazioni, ma il mio francese è ottimo, quasi quanto il mio cinese :)
    ammetto che ?tonnerre meccanique? non so proprio cosa sia

  2.   dinzi Says:

    Io non credo che il made in Italy sia assurto a certi livelli solo perché è un made in Italy. Ok, d’accordo, non sempre la qualità è eccellente, ma sicuramente lo è per la maggior parte dei prodotti, vedi abiti, mobili, gioielli, solo perché oltre a essere sempiterni, hanno la caratteristica di non sconfinare nel pacchiano e nel kitsch della maggior parte dei prodotti stranieri. Non tocchiamo poi il cibo… credo che su questo fronte non abbiamo concorrenti. E te lo dico anche se affermo, nel contempo, che adoro assaporare i gusti di tutto il mondo… beh… noi siamo un po’ particolari, però.
    Comunque, per quanto riguarda Keynes (l’ho odiato con tutte le mie forze), sempre che si scriva così e tutte le teorie economiche… ti dico solo che mi piace molto comprare la roba dai cinesi. Il fatto è che ti danno un cencino che dopo un mese è ridotto al livello di filo, praticamente pronto per essere tessuto di nuovo. Voglio dire che la qualità cinese è assai inferiore e non mi riferisco solo al gusto, ma proprio alla durevolezza dei beni che è un fattore assai rilevante. Non penso che dovremmo temere la Cina, affatto. Ma penso che, in ogni modo, il mercato cinese si dovrebbe in un qualche modo uniformare a quello internazionale sul quale vuole (sempre che davvero voglia) affacciarsi. Quindi, come si dice: niente lavoro minorile, niente clandestini, niente lavoro sottopagato e innalzamento del livello di qualità dei prodotti.
    Ije? Hai!

  3.   UcCaBaRuCcA Says:

    Non volevo dire che la qualità dei prodotti italiani era in discussione. certamente dal punto di vista della creatività, dello stile, della moda, del design, e della qualità siamo tra i migliori al mondo. il mio “più o meno giustificato” si riferiva a tutti quei prodotti, a tutti quei ristoranti che usurpano il marchio Italia.
    A me invece Keynes mi è sempre piaciuto, ma l’occidente ha sempre applicato le sue teorie rinnegandole. Per primi gli USA che si vantano di fare un liberalismo assoluto mentre per spesa pubblica sono i primi!!!

  4.   Gianky Says:

    completamente d’accordo.
    stiamo attraversando un periodo di transizione, di violenta e forte transizione, ma credo che non dobbiamo avere apura della Cina, o perlomeno in una prospettiva di lungo termine. Più crescere la cinapiù cinesi ricchi ci saranno, più cinesi chìederanno “made in Italy”. é impossibile pensare che il sogno del cinese medio sia avere prodotti cinesi….assolutamente no….ed è qui che il sistema azienda italiano dovrebbe fare squadra e sbarcare aggressivamente ad occupare il mercato cinese…purtroppo vedo che questa lungimiranza spetta a pochi.
    10 anni fà Prada ha aperto una sede della Fondazione Prada ( che si occupa di arte, cultura , moda9 a Pechino…..tutti hanno detto: ma che ci vai a fare in mezzo a quei poveracci??
    risultato?? Prada è la prima azienda italiana in Cina.
    E gli altri? dovrebbero lagnarsi di meno e fare un pò più di valigie, andare in un agenzia di viaggi e fare un biglietto di sola andata per Shangay e Pechino.

    Bisogna peò aggiungere che il comportamento della Cina è a tutti gli effetti sleale e furbo.
    Hanno praticamente copiato il marchio CE che per noi significa “Comunità Eurpea”e per loro “Chinese Export”……ti rendi conto che questo significa favorire la contraffazione??

  5.   capitangoku Says:

    ciao uccabarucca, scusami se non leggo i commenti precedenti ma vado di fretta.. credo che si, tutto sommato non ci possiamo lamentare anche perchè la forza attuale della cina deriva dagli errori del passato, ma permettimi di fare due considerazioni:
    1- l’immagine del made in italy è in lento inesorabile declino..essa è una variabile, non una costante alla quale dobbiamo affidarci convinti che tanto tutto andrà per il meglio.
    2- è chiaro, non si possono regolare i salari cinesi, ma c’è un piccolo intervento che li porterebbe ai nostri livelli e del quale nessuno parla: costringere il governo cinese a rivalutare la sua moneta, da anni scambiata ad un tasso di cambio fisso contro il dollaro. questo causerebbe grande imbarazzo, sia perchè i salari effettivi si troverebbero a valere molto di piu’, cosi’ come la moneta stessa, e le importazioni sarebbero sfavorite, sia perchè la banca centrale cinese sembra avere serissimi problemi..ciao ciao
    capitangoku

  6.   M.Pierdin Says:

    Ti ringrazio Ucca per aver introdotto questo argomento di grande attualità.
    Ritengo che dobbiamo guardare al bicchiere mezzo pieno cinese e riscoprire finalmente un po’ di ottimismo per dare vigore e creatività al nostro savoir faire. Una semplice constatazione.Si pensa oggi che …appena il 4/5% dei cinesi(su una popolazione stimata per difetto di circa 1 miliardo300miloni di persone) sia abbiente o ricco o arciricco.Ci si rende conto che un 4/5% di agiati cinesi corrisponde a un’Italia fatta esclusivamente di abbienti/ricchi! Dal punto di vista economico-finanziario-commerciale è già molto,molto, interessante una tale potenzialità di clienti abbisognevoli,in genere, di tutto cio’ che è made in Italy o ancora made in Europa. Già si intravedono effetti benefici tramite il settore turistico. Inoltre, considerato che il PIL cinese viaggia a + 10 annuo, a medio termine il numero di cinesi con importanti disponibilità finaziarie crescerà in maniera esponenziale. Vogliamo fare il conto della serva ed immaginare nel medio un 10% di benestanti!! Circa centotrenta milioni di persone con le tasche piene che non aspettano altro di convertire la moneta in beni di consumo. La domanda sorge spontanea: e noi che facciamo nel frattempo? ci fermiamo a polemizzare su delle regole/non regole del commercio o sui modi di fabbricazione cinesi? sulle quote, sulle tariffe, sulla manodopera, sulla non democrazia( Chi non ha peccato, scagli la prima pietra)? Allora, e mi rivolgo in particolare alle giovani generazioni,facciamoci coraggio, rimbocchiamoci le maniche e mettiamo soprattutto in opera la geniale laboriosità ed inventiva che ci è propria e ci è mondialmente riconosciuta. Questo è il vero marchio dell’Italia. (Una nota necessaria:dal punto di vista sociale, poi, più numerosi e fruttuosi saranno i contatti e le collaborazioni della Cina con altri Paesi, più i cinesi potranno valutare ai propri fini il patrimonio culturale ed i valori delle società occidentali). Coraggio e avanti.

  7.   UcCaBaRuCcA Says:

    Carissimo Mr Pierdin,
    innanzitutto il problema non sta nel “se andare” a conquistare il mercato cinese, ma nel “come andare”. Infatti penso che siano in pochi a dubitare della validità dell’opportunità cinese.
    Il problema è che come è risaputo, le imprese italiano sono poco propense alla delocalizzazione, per via della loro dimensione. Come sostiene gianky, solo Prada, ha potuto impiantarsi realmente in cina, un pò per lungimiranza, un pò perchè ne ha le possibilità. La questione è quindi come fare per dare alle imprese italiane la possibilità di delocalizzare? Forse la soluzione sta nell’unità dei distretti industriali per costruire progetti comuni? il datto di fatto rimane che le imprese straniere, americane, francesi o tedesche hanno molto più facilità ad insediarsi nel mercato tedesco.
    Quando dico che è importante stabilire in Cina le regole morali principali di ogni paese democratico, lo dico per motivi razionali, ovvero alzare i costi di produzione cinesi ed allentare la pressione dell’economia cinese su quella del mondo. Si sa la morale non c’entra niente con l’economia.
    Insomma, partiamo da una posizione sfavorevole, anche perchè non è detto che alle nuove generazioni di ricchi cinesi piaccia il tradizionale made in Italy più che la tecnologia Giapponese o Americana (quetso dipenderà dalla capacità che l’Italia avrà nel vendere se stessa). Ma dobbiamo fare in modo di perdere meno terreno possibile.

  8.   M.Pierdin Says:

    Caro Ucca,
    l’occasione Cina, a mio parere, va vista sotto due aspetti: 1)la delocalizzazione-produzione 2) la commercializzazione dei prodotti.
    Nel primo caso non molte imprese italiane (grandi imprese o perchè no i cosiddetti distretti,qualora riuscissero a darsi una fisionomia internazionale) saranno in grado di iniziare un ciclo produttivo direttamente in quel Paese sia in proprio che con joints ventures.E’, credo, un problema di mentalità e di organizzazione industriale e direi anche di diffidenza.Chi ha già delocalizzato (come si osserva anche negli ex Paesi dell’est)sta fabbricando prodotti(anche di illustri marchi) a basso costo salariale,ma,in genere, per rivenderli nell’occidente opulento facendo guadagni stratosferici.Quasi sempre,le economie dei mercati locali non consentono ancora di assorbire nemmeno una parte della produzione (e d’altra parte, l’imprenditore estero non ha poi tanto interesse a vendere oggi in loco a prezzi stracciati).In Cina particolarmente andrebbero bene le joints ventures per produrre beni di “qualità” italiana ma made in Cina e a costi cinesi.Le potenziali quantità assorbite dal mercato locale potrebbero costituire un incentivo per costituirle ed un mezzo concreto per entrare di fatto nel mercato cinese.
    La commercializzazione del prodotto Made in Italy dovrebbe interessare le PMI ed anche le “organizzazioni artigianali”‘distretti) con una presenza mirata nel mercato cinese cominciando a offrire la linea,lo stile,il colore,la manifatturazione di eccellenza italiani.Per la commercializzazione va dato uno sguardo anche al fenomeno turistico.Il cinese che viaggia non solo acquista beni di eccellenza all’estero ma ne fa pubblicità in patria, creando una domanda di quei prodotti.Vedi giusto quando affermi che il cinese potrebbe gradire prodotti giapponesi o americani piuttosto che il made in Italy o il Made in Europa.Ma cio’ è un bene :primo perchè viene richiesto il Made in Japan o in USA (quindi prodotti originali) secondo perchè l’Italia/Europa ha delle specificità e inoltre

  9.   M.Pierdin Says:

    concorrere con gli altri Paesi sviluppati.
    Infine,se le nostre famiglie possono acquistare beni cinesi a prezzi “contenuti” è un fattore economico interno positivo. Personalmente intendo privilegiare il fenomeno dell’imborghesimento di decine e decine di milioni di cinesi e della massa monetaria che si troveranno a gestire e certamente non soltanto in Cina.Tra l’altro, potranno essere loro a comprare sempre di più la fabbrica e l’organigramma del Made in Italy (o made in europa).Hanno iniziato con il settore agro-alimentare: con che cosa e quando finiranno? A noi dunque la volontà e la capacità di leggere il prossimo futuro e di prepararci.

  10.   pat Says:

    Buona domenica anche se con la tonsillite :)

    cin…

  11.   happycecy Says:

    Mi dispiace per la tua tonsillite!!!
    Accidenti che sfiga però!
    Bhè ti capisco… io sono stata in ballo un anno per problemi di salute molto seri… so che significa stare barricati in casa!!!
    Dai coraggio!!! presto tornerà la primavera anche per te!
    un bacio Cecy

  12.   Sally Says:

    E’ un argomento serio ed interessante. Vista l’ora non mi sento di lasciarti un commento, ripasserò domani…ora ti auguro solo la buonanotte.

  13.   terence.b Says:

    L’argomento è molto interessante ma è molto difficile prendere una posizione. Si scontrano due parti del mondo molto distanti tra loro ed è difficile ipotizzare il futuro. Io vorrei solo dire che la libera concorrenza in realtà non c’è mai stata perchè sempre, anche i paesi occidentali tra loro, hanno apllicato dazi sull’ingresso di merci che potevano portare problemi alla loro economia. Non mi stupisce il fatto che adesso si cerchi di fare altrettanto con la Cina. La nostra economia è molto particolare e caratterizzata da una serie di micro imprese che non potrebbero certo delocalizzare in Cina e che al contrario subirebbero un forte contraccolpo dall’apertura del mercato. Insomma le imprese occidentali che potrebbero guadagnare dall’apertura del mercato sono le solite multinazionale che hanno mezzi per operare nel mercato emergente mentre molte imprese da noi sarebbero destinate alla chiusura. Sai che con 0.20 centesimi si compra in italia in un ingroso cinese un ombrello made in Cina? Quale impresa italiana può produrlo a quella cifra? Va bene l’inventiva nazionale ma stiamo parlando di un paese che copia i progetti delle imprese estere producendo ad un terzo del costo un prodotto con le solite caratteristiche facendosi beffe dei brevetti internazionali e quant’altro. Insomma la premessa per un libero mercato sono regole uguali per tutti altrimenti siamo destinati a diventare una colonia.

  14.   UcCaBaRuCcA Says:

    In effetti vedo che è un argomento che preoccupa molti.
    L’ideale sarebbe chiudere le nostre frontiere alla Cina sperando che lei apra le braccia ai nostri prodotti e si arricchisca sugli altri mercati europei. Fantascienza ovviamente. Aprire totalmente i mercati è magari una buona cosa in teoria, ma è un utopia grande quasi quanto il comunismo…
    La soluzione sta quindi nel fare finta di aprire i mercati, ed in realtà trovare il giusto grado di apertura, tramite accordi con la cina, che permetterà da una parte le importazioni cinesi in italia, dall’altra le esportazioni italiane in cina.
    Per Quanto riguarda gli Investimenti.. il problema è arduo. La delocalizzazione delle imprese italiane in Cina è come abbiamo visto (mica l’ho detto io, è l’opinione che mi sono fatta leggendo i vari commenti) abbastanza improbabile, sia per la dimensione aziendale, sia per il fatto che il made in italy è famoso proprio perchè fatto in Italia. La delocalizzazione (ed in questo correggo il mio articolo) delle imprese italiane riguarda solo quei settori che fondano le loro vendite sul prezzo. Ma l’acquisto di aziende italiane dai cinesi potrebbe essere preoccupante, in quanto potrebbe rompere l’equilibrio basato sopratutto sulla comunicazione che si è instaurato nei distretti industriali.
    Il problema c’è. Ed è più complicato di quanto sembri…

  15.   stone Says:

    Attenzione! Non è tutto reale quello che dicono i media, sono pareri generici che servono solo ad orientare l’opinione pubblica. Non viene detto comprate solo merce italiana, ma si cerca di generare la fobia giallla, nel frattempo molti nostri pescecani si sono industriati e stanno importando il modello cinese da noi.
    Ci sono già stamberghe lunghe 100 metri nelle quali vengono introdotti cinesini senza protezione che lavorano 24h su 24h per un miserissimo salario.
    Molte aziende stanno riportando in Italia le produzioni prorpio perché stanno costruendo il modello cinese qui da noi evitando così tempi e costi di spedizione.
    Nessuno vede, nessuno controlla e soprattutto se ne parla solo sui blog.
    Solo con una serie di accorgimenti del genere l’Italia può uscire dal tracollo totale, diventando un pezzo di Cina dell’Ovest.
    Altro riferimento:
    http://tutelagessate.blog.tiscali.it/wt2041114/