Maggio 2005

Storie di Storia: La triste fine di Nicola e Bartolomeo

31 Maggio 2005 31 Maggio 2005
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Nel 1921 corre brutta aria negli Stati uniti d’America, Wilson ha appena perso le elezioni presidenziali e lascia il posto a Warren G. Harding. E’ finito il tempo dell’apertura americana all’europa, e arriva il tempo del proibizionismo e dell’isolazionismo. Nel clima dell’isolazionismo maturano le condizioni ideali per una crescente ondata di nazionalismo. Anti socialismo, anti comunismo, anti immigrazione (italiani, polacchi, irlandesi, asiatici), difesa contro i neri, difesa dei valori protestanti contro il cattolicesimo degli immigrati. Rinasce in questo contesto il famigerato Ku Klux Klan che combatte neri, ebrei, cattolici, stranieri, socialisti, comunisti e sindacalisti.
In questo contesto storico, due anarchici italiani (ricordo che gli italiani erano chiamati anche loro “negri” in certi casi per via del colore scuro della loro pelle) Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vengono accusati di aver ucciso un cassiere e una guardia del corpo nel corso di una rapina in una fabbrica. Malgrado le prove schiaccianti della loro innocenza (l’autore del crimine era stato interpellato e aveva confessato, aggiungendo di non avere mai visto Nicola e Bartolomeo) e la campagna per la loro liberazione sviluppatasi negli USA ed in tutto il mondo, Nicola e Bartolomeo vengono giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927.

Sono passati 78 anni. Qualcosa è cambiato nella liberale e progressista america? No.
La pena di morte è un’assurdità. Un’offensa all’Uomo. Uno sfregio all’intelligenzia umana. Un controsenso nella sua natura. Uccidere un uomo, che sia innocente, o che abbia commesso i peggiori crimini, è disumano. Chi può permettersi di dare l’ordine di uccidere un essere umano, un pari? Mi sono sempre chiesto come il boia statunitense vivesse la sua condizione. Quale differenza c’è tra i gerarchi nazisti colpevoli dell’esterminazione degli ebrei che nei processi si diffendevano dicendo “questi erano gli ordini”, e il boia statunitense del 2005 che uccide perchè “esegue gli ordini”? Che diritto ha un uomo sulla vita di un altro uomo? Quale sogno, quale delirio di onnipotenza permette ad uno Stato di uccidere un Uomo? E’ semplicemente inconcepibile, un anacronismo dei tempi moderni, una dimenticanza della storia.
Spero che i relativi paesi agiscano presto per tornare nella civiltà. Ma ora alla frase di Primo Levi “Se questo è un uomo” rispondo: no, chi agisce così barbariamente non lo può essere.

PS: Ho fatto l’esempio degli Stati Uniti perchè è quello più vistoso, ma i paesi che applicano la pena di morte sono numerosi, e tutti colpevoli allo stesso modo. D’altra parte mi rendo conto benissimo che in un mondo di crimini ben peggiore, la pena di morte è solo una goccia d’acqua (di sangue?) in mezzo all’orrore.

Se questo è un uomo

24 Maggio 2005 24 Maggio 2005
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Questo è un articolo che sicuramente sarà molto impopolare. Ma lo scrivo perchè nella mia coscienza esiste un conflitto tra due morali, quella sociale, e quella religiosa. Premetto che non riguarda il referendum, se non in modo molto indiretto. Al referendum votiamo nel contesto di uno Stato italiano laico, votiamo quindi per decisioni che riguardano anche non credenti, ed è quindi giusto votare secondo i criteri della propria coscienza sociale e non religiosa. Poi nella vita privata ognuno potrà prendere le decisioni legate alle proprie convinzioni religiose, l’importante è che ci sia l’opportunità di scegliere. Uno Stato laico deve essere laico. La questione dell’aborto è una questione molto spinnosa, per la sofferenza, per la difficile scelta che comporta, per la questione del bene o del male. E sicuramente, essendo uomo, non sono la persona più adatta per parlarne. Per cominciare, vorrei dire la mia su una questione fondamentale: dove e quando comincia la vita? Secondo me la Vita comincia non appena la cellula femmina è fecondata. Questa è vita perchè la cellula ha tante probabilità di svilupparsi in un bambino. E’ completamente insensato dire che un bambino non completamente sviluppato che sta ancora dentro la pancia della donna non è umano, non è vita, e penso che le donne che sono state incinte siano d’accordo con me su questo punto. A questo punto viene naturale la domanda "a quale momento dello sviluppo del feto si può considerare il bambino come una vera e propria vita?". Io penso che sin dalla fecondazione, la cellula fecondata che ha la possibilità di diventare vita umana è vita umana. La cellula fecondata è vita non ancora sviluppata, ma è vita. Quindi l’aborto è un vero e proprio omicidio. Ora viene la domanda "ma è leggittimo abortire in casi particolari? quando una coppia non è pronta? Nel caso di un aggressione sessuale?". La mia coscienza umana mi dice che in ogni caso, l’aborto rimane un omicidio di un bambino che non ha nessuna colpa. Se il bambino è un "incidente", la colpa (chiamarla colpa è terribile ma insomma si usa così) è dei genitori, che siano responsabili sia per evitare questi "incidenti", sia per assumerne le conseguenze. E che nessuno mi venga a dire "ma che futuro ha questo bambino senza genitori stabili? Meglio abortire…" Come??? E così la vita sarebbe così futile da essere negata solo per la mancanza di una struttura stabile??? Tutti hanno diritto alla vita, anche in estreme condizioni di povertà o di instabilità. Nessuno si è mai pentito seriamente e durevolmente di essere nato! Il diritto alla vita è sacro, anche secondo i criteri sociali. L’aborto non si fa mai per il bene del bambino, si fa per il "bene" della coppia irresponsabile. Veniamo ora ai casi di violenza sessuale, sicuramente il caso più tragico. Su questo punto ammetto che vacillo. E’ giusto costringere legalmente una donna a portare un bambino nato dalla violenza, che non ha voluto e che non ha fatto niente per avere? Sicuramente no. Ma d’altra parte è giusto rifiutare il diritto alla vita ad un bambino che non ha colpe? Sicuramente no. Di fronte a queste due soluzioni tragiche (costringere la donna ad assumersi il figlio almeno fino alla sua nascita, e ammazzare il bambino ), mi sento costretto ad escludere quella più terribile. Penso che sia giusto dare una possibilità al bambino. Questo è quello che dice la mia coscienza umana e religiosa. La mia coscienza sociale invece accetta l’aborto completamente, soppratutto nei casi di violenza sessuale, e ammetto che non so come mi comporterei personalmente di fronte ad una scelta difficile. Ma il dramma sta proprio qui. Se l’uomo vuole essere coerente deve seguire una sola strada, e non fare le scelte a secondo di dove è più facile: nella dimensione sociale o in quella religiosa. Il duellare costantemente con le due dimensioni è relativismo, e ne siamo tutti vittime, io per primo.

Bisogna avere paura della Cina? 我們有對中國的恐懼

19 Maggio 2005 19 Maggio 2005
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Qualche settimana fa, guardavo la trasmissione “L’infedele” su La7 che peraltro consiglio a tutti. L’argomento nello specifico era la leva delle barriere protezionistiche ai prodotti tessili cinesi in europa. L’argomento nel suo complesso: bisogna aver paura della Cina?
Nell’insieme, la platea sembrava spaventata all’idea di affrontare l’economia cinese secondo i criteri della “concorrenza perfetta” (formalmente perfetta, ovviamente la concorrenza non è mai perfetta). Quando poi hanno intervistato l’ambasciatore Cinese in italia (di cui non mi sento capace di citare il nome), sembrava di tornare 50 anni indietro: un discorso d’altri tempi, forte, pesante con le parole, sicuro, al limite dell’arroganza. Un discorso da potente. Così l’ambasciatore (citando Giulio Cesare in latino) spiega come sia inutile il protezionismo contro la cina, e quanto sia invece benefico per l’italia delocalizzare in Cina. L’Ambasciatore si chiede come mai dopo aver promosso per anni e anni il capitalismo liberale contro il comunismo, ora l’occidente sembra fare un passo indietro ipotizzando l’uso del protezionismo.
Ma non erano loro i comunisti? E noi i capitalisti che credevano nelle leggi del mercato (anche se sotto sotto qualche politica Keynesiana l’abbiamo sempre adottata)? Non possiamo esportare con la forza il capitalismo (alla fine l’esportazione della democrazia non è altro che l’esportazione di germe di liberismo che deve crescere) per poi lamentarci quando i nostri “allievi” diventano più forti del maestro! Se vogliamo essere coerenti, dobbiamo accettare il fatto che la Cina sarà la prossima superpotenza. Contando su un sesto della popolazione mondiale, e con un PIL che tra poco raggiungerà quello della Germania, con in più una crescita vicina al 10% annuo.
E l’Italia in tutto questo? Che deve fare? Intanto le istituzioni internazionali devono adoperarsi per trasformare la concorrenza cinese in una concorrenza più leale possibile, cioè consiste nello sradicare il lavoro minorile, lo sfruttamento, la contrafazione ecc. (senza però toccare i salari che sono regolati dal mercato, questo se vogliamo essere coerenti). Una volta fatto questo, all’Italia conviene cercare di creare il maggior numero di legami, e, come diceva l’Ambasciatore, impiantarsi nel mercato cinese. Così magari, le importazioni dalla Cina, saranno sfruttate dalle imprese italiane in Cina. Solo il lavoro delocalizzato, e i profitti che tornano a casa (almeno in parte).
Bisogna anche specificare che il tipo di produzione cinese è molto diverso da quello italiano: L’Italia si sa è specializzata nei beni tradizionali, ovvero per la persona e per la casa, e anche nei mnacchinari industriali. Quello che caratterizza la produzione italiana è la qualità (più o meno giustificata peraltro), i vantaggi che ha l’economia italiana dipendono da un fattore che la Cina non potrà mai avere: l’immagine del Made in Italy, prodotti competitivi nel mondo per il solo fatto di essere prodotti in Italia, simbolo di qualità (anche se ripeto, a volte non giustificata). Certamente il PIL dell’Italia non è fatto esclusivamente di produzione di lusso, e con l’invasione cinese alcune imprese soffriranno, ma in un sistema economico è normale che ci siano cambiamenti, imprese che nascono e imprese che muoiono. A questo punto non bisogna aver paura della Cina, siamo noi che dobbiamo andare lì a conquistare il loro mercato!

Ladies & gentlemen, the hardest working man in show business

16 Maggio 2005 16 Maggio 2005
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Apollo Theater. New York City. Correva l’anno 1962 quando “Soul brother number one” alias “The hardest working man in show business” alias “Mr Dinamite” alias “The Godfather of Soul” decise di produrre da sè quella performance live nello storico teatro di New York City perchè il suo produttore si era rifiutato di sostenerlo. Il disco ottiene un successo stratosferico.
James Brown non canta. James brown non suona. James Brown non urla. James Brown prende possesso del palco, prende possesso del pubblico, ne cattura l’energia e dopo essere passata per il filtro della sua anima la rigetta decuplicata, centuplicata nella sala. Questa è la Soul music. Non si tratta di vedere chi ha la voce più chiara, più perfetta, più alta o più grave. Si tratta di vedere quanto sei capace di dare tramite la tua voce. si tratta di confessarsi davanti ad un pubblico intero. Si tratta di confessarsi con il pubblico intero. La Soul music è un grande esorcismo in diretta.
Il pubblico sta in transe, riscaldato da Lucas “Fats” Gonder che annuncia il menù della serata scandito dagli urli e dagli applausi:
I’ll go Crazy
yeaaaaaaaaaaaaaaaa
Try me
yeaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Think
yeaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
i don’t mind
Yeaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Lost someone
YEaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Please, please, please
YEAaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Night train
YEAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

Dopodichè Mr. Dinamite prende possesso del palco, e parte per una performance live che rimmarrà senza eguali nella storia della musica. Chi era presente potrà raccontare ai figli: io c’ero.

Video importato

YouTube Video

Artista: James Brown
Album: Live at Apollo
Anno: 1963
Voto: *****

1. Introduction by Fats Gonder/Opening
2. I’ll Go Crazy
3. Try Me
4. Instrumental Bridge
5. Think
6. Instrumental Bridge
7. Lost Someone
8. Instrumental Bridge
9. Lost Someone Brown, Byrd, Stallworth 10:42
10. Medley: Please Please Please/You’ve Got the Power/I Found Someone
11. Night Train {Closing}

Lyon

12 Maggio 2005 12 Maggio 2005
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Finalmente ho trovato il tempo e l’ispirazione per parlarvi della mia città: Lyon (Lione). Dopo aver scritto articoli su Giappone e Inghilterra, credo che sia arrivato il momento giusto per dedicare una parte di questo blog alla mia città natale.

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Terrorismo o resistenza

8 Maggio 2005 8 Maggio 2005
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E’ facile essere di parte, anche su tematiche che non ci riguardano da vicino. La presa di posizione unilaterale è così semplice. Ma sempre ci si rendo conto che la verità sta nel mezzo. Questa è l’unica cosa certa che ho imparato nei miei pochi anni di vita. Come disse un maestro di musica a Budda (rassicuro tutti non sono un seguace di Roberto Baggio & co.) “se non tiri abbastanza la corda, non suona, se la tiri troppo, si rompe.” Il giusto sta tra le due estremità.
Il problema mondiale oggi è il terrorismo. Certamente le torri gemelle. Ma anche palestinesi che si fanno saltare in aria, Iracheni che fanno attentati, che sabotano le infrastrutture, che ammazzano i poliziotti che stanno sotto il nuovo governo imposto dall’esterno. Terroristi. Tutti. E’ strano perchè proprio qualche anno fa, questa gente la chiamavamo resistente. Con tanto di plauso e di orgoglio per i nostri resistenti. Persino la terrificante Germania nazista la chiamava resistenza, riconoscendo almeno moralmente la fondatezza di una reazione ad una invasione straniera.
Invece oggi, chi non ci piace è un terrorista. E basta. E’ semplice, drastico, e efficace. Io invece dico che il cittadino iracheno che si fa esplodere contro la polizia che rappresenta il nuovo governo e che lui percepisce come nemica (forse è anche una buona polizia, ma deleggittimata per la natura della sua nascita), il cittadino iracheno che spara contro i militari USA (e che deve fare?), il palestinese che mette un’autobomba in una colonia israeliana, io dico che vanno considerati come i resistenti italiani o francesi. O sono tutti terroristi, oppure facciamo una vera distinzione, razionale tra terrorismo (attacco di un’organizzazione senza legami con lo Stato contro qualcosa) e resistenza (attacco di un’organizzazione senza legami con lo Stato per lo Stato).
Gli iracheni resistono di fatto ad una invasione sul loro territorio da una entità nemica. difendono il loro stato, e non importa se in Irak c’era un dittatore o meno, se lo Stato era buono o no. L’esercito USA in Irak sta usurpando la sovranità del popolo iracheno. I cambiamenti vengono da dentro, mai da fuori, chi ha interesse in un cambiamento deve cercare di convincere il popolo, che magari non ha potere ma è sovrano, di fatto, in ogni democrazia o regime.

Felicità

3 Maggio 2005 3 Maggio 2005
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Tutti la cerchiamo, e tutti la evitiamo.
Sembra essere esogena all’uomo, venire da “fuori” mentre alla fine ci accorgiamo che viene sempre da “dentro”. E’ intrinseca all’uomo, sta dentro l’uomo come il seme sta dentro alla mela.
E’ un racconto che si narra da generazioni in generazioni, ognuno ha la sua versione personalizzata, ma quella autentica è una sola.
Tutto sta dentro di noi. L’approccio sereno della vita dipende non da fattori esterni, tutti noi abbiamo i nostri guai, ma da fattori interni: da come affrontiamo la vita. Perchè si sa che la vita non è un fiume che scorre lentamente. Nella vita ci sono rapide, discese ripide, cascate furiose e rombanti, e passaggi di acqua stagnante. la vita va affrontata nel modo giusto. Gustandosi ogni minimo particolare che ci offre.
E’ sempre la solita storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Tutti gli uomini sulla terra hanno la stessa quantità di acqua nel bicchiere, ma c’è chi lo vede mezzo vuoto, chi mezzo pieno, chi vede l’acqua torbida, chi l’acqua se la beve tutta d’un tratto sensa pensarci.
Il segreto della felicità è secondo me una combinazione tra serenità e la capacità di fermarsi a gustarsi la vita.
Alzarsi dieci minuti prima per prendere la colazione al bar, brioche e cappuccino leggendo il giornale.
Fermarsi tornando dal lavoro a mangiare un gelato.
Gustarsi i primi raggi di sole della primavera seduti su una panchina in un parco.
Ascoltare per la prima volta dopo mesi d’inverno il cinguettio degli uccelli che accompagna il risveglio.
Sedersi al bar e guardare la gente passare.
Approffittare di ogni momento con la propria famiglia e vederla come un dono e non come una costrizione.

Sono tante le possibilità di essere felici. Ma troppo spesso non apriamo gli occhi, viviamo in queste città come robot semi addormentati. Casa-ufficio-casa è la rotta disegnata per noi dalla società. Tanto che se un giorno capita di andare fuori rotta e magari di fermarsi 5 minuti sul tragitto, ci sembra di essere ribelli della società.

Apriamo gli occhi!!! Approfittiamo di tutto quello che abbiamo intorno!!!!
Siamo felici!!!!!!!!!!!!

Caso Calipari: Dove è finita la razionalità?

2 Maggio 2005 2 Maggio 2005
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Lo Stato ha quasi sempre ragione, e soppratutto in tempo di guerra. Le sue azioni sono sempre giustificate perchè sono vincolate dall’interesse dello Stato. E’ quello il nodo centrale dell’azione: l’interesse. Questa visione del mondo politico (a cui peraltro sottoscrivo) è stata sempre di moda negli Stati Uniti. Da qui le varie guerre fatte dagli USA, forse non sono legittime da un punto di vista dei valori internazionali (hua hua hua!!! valori internazionali! permettetemi di ridere) ma lo sono completamente nel contesto della politica e dell’interesse di un proprio paese. L’unico errore è stato il fatto di voler passare come paladino della giustizia, la vicenda sarebbe stata digerita sicuramente meglio se tutti sapessero il vero fine, i veri obiettivi, e i veri interessi della guerra.
Insomma siamo in un mondo dove vige l’anarchia a livello macro politico. La relazione tra gli Stati è motivata solo dall’interesse di ciascuno, e il risultato dipende solo dalla forza dello Stato. Le istituzioni internazionali sono oggi inesistenti, solo formali. E’ per qesto che la politica più razionale che si possa fare, è appunto quella razionale, senza pretendere di raggiungere valori che nessuno ha ancora definito.
Nella vicenda Calipari c’è una cosa che non capisco. Finchè il militare fa un errore, l’errore è umano, ovvero dipende da un uomo. Ma quando è l’esecito intero che copre l’errore di un uomo, è l’esercito che diventa colpevole, complice di un crimine. Cercando di salvare 4 soldati, l’esercito statunitense sta discreditando tutto il suo apparato bellico, e soppratutto la sua dirigenza. Da un paese come gli Stati Uniti non mi sarei mai aspettato una reazione del genere. Avrei piuttosto pensato che se i soldati al posto di blocco erano per qualche motivo “importanti” e non dovevano avere grane, lo Stato avrebbe creato qualche altro colpevole. Invece no. Danno dello stupido ad uno dei migliori agenti di un loro paese amico.
La situazione è molto strana e probabilmente non siamo a conoscenza di tutti i dati. Ma io intravedo 3 possibilità:

1. Gli USA hanno sparato volontariamente all’auto (per quale motivo?)e cercano di dare la colpa a Calipari. (ipotesi fantascientifica spero)
2. L’organizzazione montata dal SISMI era veramente organizzata come la sagra delle cozze a Pizzo calabro.
3. Gli USA devono coprire assolutamente i loro militari, anche a scapito della credibilità dell’intero esercito.

Ma perchè dobbiamo usare sempre falsi moralismi per giustificare cose che alla fine sono normali? Se tutto fosse più trasparente le politiche di un governo sarebbero molto più giustificate.

versione italiana

ps: Da blogger non posso non specificare che la scoperta che gli omissis si potevano “cancellare” non viene dagli efficentissimi servizi italiani ma da un nostro collega blogger che ha avvertito le autorità competenti. Infatti pare che copiando dal pdf in word, gli omissis scompaiono.
Riferimenti: Il rapporto italiano